TESTIMONIANZE - TACCUINO DI VIAGGIO
testimonianze blade runner adventure
“SE MI DEVO CHINARE…CHE SIA DAVANTI AD UN’ALTA MONTAGNA”: collage di emozioni di una telemarker a spasso per il mondo.

“Mehemea ka tuoho ahau me maunga tei tei” (“Se mi devo chinare che sia davanti ad un alta montagna”) così suonava un vecchio detto maori, che ha subito catalizzato la mia attenzione.

Appassionata di sci, di montagna, ma anche di mare…più in generale attratta irresistibilmente dalla bellezza della natura, un giorno “nel mezzo del cammin…” mi sono imbattuta per caso in Sergio, noto ai più come “Blade Runner” (in italia il guru dell’heliski per le destinazioni lontane: Canada, Alaska, Cile, Nuova Zelanda)… che si è subito inginocchiato ai miei piedi… nel vero senso della parola…lui era in telemark e io ancora “rigida” (ma questa è un’altra storia e accadeva tanti anni fa). E’ stato subito amore, anche per il telemark. Da quel giorno ho cominciato ad inginocchiarmi ed insieme abbiamo percorso molta strada: nella vita e nella powder in giro per il mondo.

Idealista,  determinata, ma anche un po’ “stubborn”, come direbbero gli americani, insomma non amo molto piegare la testa, piuttosto le ginocchia… e solo quando ne vale la pena: in luoghi incantati… davanti ad un’alta montagna.

Nuova Zelanda

La prima volta l’avevamo fatto in mongolfiera: a Las Vegas.  Ma cosa avete capito…il matrimonio! Fedeli alla nostra fama di svitati cronici, amanti delle emozioni in quota, avevamo pensato di fare le prove generali nel tempio del kitch, con tanto di prima notte di nozze al Luxor, un albergo-piramide di gusto orrido, come da copione. Il commento sprezzante delle rispettive genitrici, alla vista delle fedi in argento lavorate a mano dai Navajos della Monument Valley, era però stato prevedibile e quindi non ci restava che convolare a nozze più tradizionali. All’uscita dalla chiesetta, una sorpresa indimenticabile: gli amici del telemark club Blade Runner ad accoglierci  sul sagrato con un tetto di alpenstock. Terminata la festa, salutati rigorosamente genuflessi gli amici, siamo partiti per la tanto attesa luna di miele, ovviamente in Nuova Zelanda, per provare l’ebbrezza della powder di fine Luglio!

Ed ecco finalmente avverarsi il sogno di un viaggio all’altro capo del mondo: dopo 24 interminabili ore di volo, dall’aereo scorgiamo la  Nuova Zelanda, in maori “Aotearoa”  (“Terra della Lunga Nuvola Bianca”).

Due isole molto diverse tra loro: prettamente alpina quella del sud, più simile al Sud America quella del nord, con un comune denominatore: gente superospitale e un paesaggio mozzafiato, a tratti dolce, in qualche modo familiare (pendii erbosi e scogliere a picco sul mare  che ricordano la Scozia e l’Irlanda), ma anche aspro, con spazi sconfinati, ghiacciai, foreste, montagne che si specchiano in laghi e laghi che riflettono montagne in un magico gioco di colori.

Giunti a destinazione, ci dirigiamo verso Lake Tekapo, nel centro dell’Isola del Sud: per me il Paradiso Terrestre! Siamo in viaggio di nozze ma quasi quasi ho deciso di sposarmi di nuovo… nella Chiesetta di Lake Tekapo: dietro l’altare c’è una vetrata spettacolare che si affaccia sul lago e sulle catene di montagne spruzzate di neve in cima come pandori: in quel momento ho la certezza che “Dio esiste!”. Il mondo all’inizio della creazione doveva essere tutto come in questo magico angolo di terra!

Dopo una sveglia all’alba, per godere ancora una volta della vista strepitosa, ci dirigiamo verso Mt. Cook, dove ci attendono le guide per accompagnarci nella traversata del Tasman Glacier, una specie di Vallèe Blanche “down under”. Il nostro aereo con i pattini atterra direttamente sul ghiacciaio; aiutiamo il pilota a liberare una delle due ali del velivolo dalla neve, perché, come un uccello ferito, si è posato su questo deserto bianco e, nella planata, non ha calcolato l’impatto con il manto nevoso. Il paesaggio è surreale: un’immensa distesa bianca si presenta davanti a noi, iceberg azzurri, architetture di ghiaccio dalle forme improbabili e tutto intorno le montagne, il cielo blu cobalto, l’aria frizzante. Siamo soli con la guida, sembra di essere in un sogno! La giornata è splendida, la neve caduta solo due giorni prima, tutto perfetto. Cominciamo la discesa di 15 km. in uno scenario da film di 007; Mount Cook troneggia nel cielo e, curva dopo curva, arriviamo alla base, felici e con le gambe un po’ a pezzi: davvero indimenticabile! Il giorno dopo ci aspetta una giornata di heliski: iniziamo subito con qualche plateau a 35° di pendenza a nord e la neve polverosa. Parto a manetta sul verticale con dei “grissini” da telemark recuperati con molta fatica (qui infatti non è una disciplina molto popolare), finchè mi stampo di faccia e alla prima tortella ne seguono altre: la neve diventa sempre più crostosa e le mie gambe sembrano spezzarsi.

Finite le forze e le finanze, ci dirigiamo a Sud, a Queenstown, alla volta delle stazioni di sci “tradizionali” (per modo di dire visto che per raggiungerle occorre fare mediamente 20 km. di strada sterrata per trovarsi di fronte ad impianti di risalita decisamente “old fashion”, per usare un eufemismo). La nostra prima meta è Treble Cone, sulle Harris Mountains, dove sciamo con vista sul lago  Wanaka (ndr foto): il paesaggio è da “pelle d’oca”, fortissimo il contrasto tra il bianco della neve in quota e il verde della pianura e strepitosa la neve!

Dopo 5 giorni trascorsi girando l’isola del Sud tra pecore, kiwi, foche, balene e pinguini, proviamo la combinata telemark/terme nella fantomatica e surreale stazione di “Hamner Spring”: niente da stupirsi se alla richiesta di sci da telemark ci mostrano quelli da fondo!

Ci spostiamo poi nell’Isola del Nord, voliamo su Auckland diretti alla volta del Ruapehu, un cratere vulcanico che ospita al proprio interno un lago, gelato nella stagione invernale, con una vista strappalacrime.

Il maltempo imperversa, dobbiamo rinunciare all’ascesa con le pelli di foca. Anziché godere di una scialpinistica con vista mi devo accontentare di una sciata fuoripista a Whakapapa, una modesta stazione sciistica alle pendici del vulcano, rimirando da lontano, all’ora dell’aperitivo, la “divinità” incorniciata dalle colonne neoclassiche dello Chateau Whakapapa, una specie di albergo extra-lusso, ora un po’ decadente, che si trova tra due vulcani dai nomi maori impronunciabili: Ruapehu e Ngaururhoe. Dovrei rassegnarmi: i vulcani decisamente non mi portano fortuna (dall’Etna, al Villarica in Cile), ma prima o poi ritornerò ad inginocchiarmi ai piedi di questo luogo incantato! *

Alaska

Ad essere sinceri la mia primissima volta… da inginocchiata… è stata in Alaska: la prima donna italiana telemarker avvistata nel paradiso del freeride estremo, l’ultima frontiera, il paradiso del “vertical”, le catene di montagne che assomigliano a pandori glassati di neve, con i couloirs a 45° immortalati nelle riviste più importanti del mondo.  Il sogno vissuto per anni e anni sfogliando le pagine patinate di Powder finalmente diventa realtà. E con me immancabilmente la mia dolce metà, sopravvissuto  4 anni prima ad una slavina  sul Phyton con la tavola a coda di rondine. Partiamo da Valdez, dove alloggiamo, diretti a Thompson Pass, base di partenza dell’heliski, dove c’è solo una capannuccia di legno quasi sommersa da muri di neve.  La ricerca dell’arva nascosto sotto la neve sembra un giochino divertente, ma presto di tramuta in un incubo: siamo a 25° sotto zero (ma non mi danno prima un thè bollente??). Finalmente si parte in elicottero, arriviamo in cima ad uno spot dal nome “Cracked Ice”, sotto di noi i pendii immacolati, tagliati dai ghiacciai con i seracchi a vista (ecco perché si chiama così…).”Dove si scende?” chiedo un po’ intimidita e la guida mi mostra una cornice di 5 metri: non mi resta che tuffarmi in telemark! Alla sesta discesa le mie gambe sono distrutte: mi sembra di avere una muta intera di cani da slitta attaccata ai polpacci! La giornata però è indimenticabile.

Purtroppo stiamo bloccati per un paio di giorni perché nevica  a larghissime falde. Il paesaggio è fantastico! Ci divertiamo a giocare nel porto di Valdez con  un’otaria: unica presenza umana in mezzo ai pescherecci ricoperti di neve e, quando siamo quasi congelati, ci tuffiamo in “Prospector”, il bazar più pazzo d’America, dove puoi trovare ogni genere di attrezzatura e diavoleria (dai fucili a pompa ai guanti lunghi fino al gomito).

Il nostro viaggio – cominciato a dire il vero con una sessione di heliski in Klondike, ad Atlin, il paese dei cercatori dell’oro, affacciato su di un lago ghiacciato (memorabile il giro in telemark  trainata da una motoslitta!)  e proseguita con un trasferimento nella bufera, dove abbiamo incontrato i lupi, lungo l’ Highway n. 1, contornata a sinistra dalla maestosa catena del Wrangel St. Helias  -  termina ad  Alieska, dove  in attesa di fare heliski con Chugach Powder Guides, ci godiamo la stazione sciistica affacciata sul mare (che spettacolo!!), unendoci ad un esercito di telemarker che salta sui “moguls” (le gobbe).

L’Alaska è davvero una malattia infettiva, da cui è difficile guarire (ndr. c’è addirittura chi non ha resistito alla tentazione e ha chiamato così la figlia primogenita!) per cui ci ritorno qualche anno dopo, a rimirare i ghiacciai di Juneau e a nutrire le “bald eagles” (le aquile dalla testa bianca) con il “fish bait”, l’esca che le fa scendere in picchiata, ma il tempo è davvero inclemente con me. Non mi arrendo, riproverò a genuflettermi davanti alle sue montagne, come già detto per i vulcani!

Utah

Adoro le alte montagne, quelle leggendarie dell’Alaska e del Canada, ma una telemarker incallita e appassionata di powder, non poteva non provare l’esperienza della “neve migliore sul pianeta Terra”   (“the greatest snow on earth”), slogan che nessuna altra località al mondo può vantare al di fuori dello Utah: un miracolo della natura, la neve con solo il 3% di tasso di umidità, dovuto al prosciugamento delle perturbazioni che avviene sopra il deserto del Nevada e sul Grande Lago Salato prima che si scarichino del loro prezioso fardello sulle Wasatch  Mountains dello Utah.

Primo giorno, tappa ad Alta, la stazione sciistica che orgogliosamente si vanta di non permettere l’accesso agli snowboarder, per la gioia di tutti gli sciatori “razzisti”. Io non sono così, tanto e vero che oltre al telemark ogni tanto mi diverto ad assaporare l’emozione della planata con la tavola a coda di rondine. Ironia della sorte, in linea con le contraddizioni della società americana, sopra il cartello “no snowboards” transitano le seggiovie senza sbarra di protezione. Aggrappata al seggiolino come un panda al proprio bambù oltrepasso uno strapiombo di 20 metri e mi chiedo se sia più sicuro che sciare con gli “odiati” surfisti. L’unica maniera per sopravvivere negli Usa è di non porsi domande e vivere all’”italiana”, in barba alla minuziosa ragnatela di regole. Il resto della giornata lo passiamo, alla faccia dei divieti, amabilmente inginocchiati in circa 30 cm. di fresca, non proprio di giornata: un buon antipasto per la scorpacciata dei giorni a seguire. Una stazione sciistica come Alta da noi in Europa sarebbe di serie “b” o “c”, data la scarsità e lentezza degli impianti di risalita, ma qui nello Utah, dove le montagne sembrano colline e non ci sono salti di roccia come nelle Alpi, ci sono almeno 20 autentici “couloirs” intorno ai 30° di pendenza da fare in fuori pista (“ski patrol” permettendo). La fresca, seppur segnata, è sempre fresca e quindi riusciamo anche a digerire il costo del giornaliero, in attesa del giorno epico di heliski. Dopo una notte di adrenalina, a stento soffocata dal sonno, ci ritroviamo in una valle, con vista sul grande lago salato, base di partenza degli elicotteri. Ci ritroviamo in cima alla prima di queste colline “con gli estrogeni” (non mi riesce prorio di chiamarle montagne) pronti ad assaggiare il mito. Pendio intonso, pendenza moderata, ma almeno nei tratti all’ombra, neve da favola, sebbene caduta due giorni prima. Il concetto di leggerezza diventa via via sempre più chiaro, anche se il dislivello totale della giornata risulta ridicolo rispetto al prezzo pagato! Dato che il nostro portafoglio si sta alleggerendo, il giorno dopo ripetiamo l’esperienza trasportati da gatti delle nevi, più rumorosi e lenti, ma sicuramente anche più economici. La nostra guida Jason, che si rivela uno dei massimi virtuosi del tallone libero: gambe d’acciao, scioltezza e rapidità, ci fa trascorrere una giornata incantevole tra pini e couloirs verticali. Neve di notte e sole di giorno è il fantastico binomio che ci accompagna per tutta la vacanza. La sera divoriamo una bistecca extra-size che ci ripaga di tutte le fatiche. Il giorno successivo è dedicato  a Park City, meno rustica di Alta, terribilmente turistica ma gradevole in generale. Alle 16, ora in cui il paesaggio inizia a colorarsi di carminio e si rivela tutta la roccia rossa in tutta la sua bellezza, ora in cui qualsiasi europeo si pregusterebbe l’ultima discesa davanti a un vin brulè, gli zelanti e pedanti ski patrols chiudono con il nastro a strisce bianche e rosse - modello “lavori in corso” - tutte le piste che portano a valle! Ci consoliamo con una prosecuzione notturna del giornaliero su una sola pista illuminata, sebbene lunga a sufficienza per divertirsi e con un ritorno al lodge in fuoripista e “fuorilegge” con una romantica luna piena a fare da silente complice. Per chiudere, come ultima avventura americana, lo “ski interconnect” ovvero il giro guidato in pista e fuoripista di quattro stazioni in un solo giorno: Snowbird, Brighton, Solitude e Alta. Trasferimento con impianti, infiniti e faticosi i mezzacosta, durante i quali benedico il cielo di essermi convertita al telemark  (viva il tallone libero!) alternati per fortuna a discese nella fresca che sembra zucchero filato.

Canada

Ma quando si pensa alle montagne candide ricoperte di powder segnate solo da qualche ricamo perfetto, ai boschi di larici incappucciati di neve, che si vedono nelle riviste, viene subito in mente il Canada: il sogno proibito e ricorrente di ogni freerider, che ogni tanto si avvera!

Dopo la solita traversata oceanica in aereo, arrivo con un jet lag da paura a Vancouver, ma sono troppo adrenalinica per adagiarmi comodamente in hotel ad aspettare gli altri compagni di viaggio in arrivo da differenti destinazioni. Così attraverso la città con 5 bus, con gli scarponi ai piedi e i miei adorati sci da telemark sulle spalle e mi accingo a godermi uno spettacolo a dir poco da commozione: lo sci in notturna nella stazione sciistica di Grouse Mountain, sull’omonima montagna sovrastante la città, con vista sulla baia e i grattaceli illuminati di Vancouver. Ha appena nevicato: è tutta fresca anche in pista! Esperienza imperdibile! Ripercorro il tragitto in senso contrario, in compagnia di una banda di snowboarder neozelandesi, fino all’hotel dove mi tuffo nella jacuzzi per ristorare le mie membra sfatte ma appagate. Mi sveglio alle luci dell’alba, un veloce tuffo nella piscina all’8° piano del Pan Pacific Vancouver Hotel, colazione continentale e via con i miei compagni di viaggio, in partenza per Whistler con destinazione TLH Heliskiing. La nostra casa per questa settimana, l’archetipo del sogno canadese, si trova nel “middle of nowhere”, a 4 ore di bus da Whistler nel British Columbia. Tyax Lodge: uno chalet di tronchi di legno, adagiato su un lago ghiacciato, dotato di tutti i confort a 4 stelle. Due elicotteri da 12 con solo due gruppi: si sale e si scende in un caleidoscopio di emozioni. Il territorio vergine è infinito e ci sono cime candide a perdita d’occhio. “Ta… ta… ta…ta…ta”: un suono familiare, che mette sempre una certa adrenalina in corpo, qualche minuto e siamo sulla sommità di una meravigliosa montagna.

Ecco davanti a me un lenzuolo immacolato, impalpabile e luccicante di cristalli, che sembra attendere solo di essere solcato dai miei sci: alla fine il lenzuolo è diventato un ricamo identico a quello delle pubblicità, solo che questa volta i testimonials siamo noi.

Dopo 11 discese in un pomeriggio, ci attendono una jacuzzi bollente con vista sul lago (fuori c’è  meno 20°!), massaggio, cena conviviale nel lodge e un ultima birra di rito davanti all’immenso camino.

La mattina ci svegliamo con un sole accecante ma impotente di fronte ad un freddo quasi polare che garantirà una neve da filmato di Warren Miller. Sull’elicottero che ci riporta al lodge solo sorrisi, emozioni e un po’ di acido lattico. Purtroppo il giorno seguente scopriamo con malcelato disappunto che il vento notturno ha trasformato lo zucchero in una glassa altrettanto scenografica ma molto meno solcabile.

E’ stata la mia ultima volta…poi sono arrivate due cucciole dai capelli rossi e  questi luoghi magici sono rimasti solo nella sfera dei ricordi e qualche volta ritornano a tormentare i miei ricorrenti sogni notturni.

·       LA STORIA DEI VULCANI – LEGGENDA MAORI

Al tempo degli Dei, le montagne vivevano tutte insieme, intorno al lago Taupo. Le più alte erano Ruapehu, Taranaki, Ngauruhoe e Tongariro. Tongariro si sposò con una piccola, affascinante montagna vicina che amava, Pihanga. Anche Taranaki amava Pihanga, così Tongariro si adirò e cacciò Taranaki con dei proiettili di fuoco. Quest’ultimo allora fuggì fino in riva al mare, scavando un solco profondo, il fiume Wanganui, che si riempì con le sue lacrime…